Autorespiratore ad ossigeno

L’autorespiratore ad ossigeno (ARO) è un apparecchio per la respirazione autonoma subacquea.

La sua progettazione risale al 1876 dall’ingegno di Henry Fleuss. L’ARO si dimostrò subito utile sia in campo subacqueo, che come apparecchio di respirazione per il soccorso nelle miniere invase da gas asfissianti. Dal primo prototipo nacquero altri tipi perfezionati che entrarono a far parte delle principali marine militari. Infatti l’ARO si adattava benissimo agli scopi bellici per via del suo ridotto ingombro, lunga autonomia, ma soprattutto per la sua silenziosità (assenza di bolle al boccaglio).

In pratica l’ARO è un autorespiratore a circuito chiuso in grado di riutilizzare l’aria respirata dal subacqueo. È costituito da un sacco polmone in materiale elastico,un filtro interno per l’alloggiamento della calce sodata, una o più bombole di ossigeno raccordate al sacco per mezzo di una valvola by-pass. Il sub inspira l’ossigeno dal polmone per mezzo di un boccaglio collegato ad un tubo corrugato collegato ad un rubinetto a due vie che fluisce tramite la valvola by-pass. Poi espira sempre all’interno del sacco dove il filtro a calce sodata ha il compito di fissare chimicamente l’anidride carbonica.

La profondità di esercizio di questo autorespiratore è ridotta a 6-8 metri per via dell’effetto dell’ossigeno puro respirato in condizioni iperbariche (iperossia).

Durante la Seconda Guerra Mondiale era utilizzato dalla Marina Italiana per compiere sabotaggi e porre sotto le chiglie delle navi nemiche delle mine esplosive tarate ad un tempo deciso dall’incursore.


Differenze con l’ARA

Le differenze principali rispetto al più noto sistema ARA (autorespiratore ad aria) sono:

  • l’uso di una miscela respiratoria con percentuale di ossigeno molto alta (idealmente 100%). La necessita’ di evitare i fenomeni di tossicita’ dell’ossigeno al sistema nervoso centrale implica una profondità operativa massima molto minore rispetto al caso dell’aria; generalmente per usi civili questa profondità è 6 metri.
  • un circuito di respirazione chiuso; la miscela espirata finisce nello stesso sacco dal quale proviene il gas di inspirazione. Questo implica a sua volta che:
    • l’anidride carbonica del gas espirato deve essere fissata e sottratta al circolo: questa funzione è svolta chimicamente dalla calce sodata granulare presente in un cestello all’interno del sacco polmone;
    • non c’è produzione di bolle espiratorie, per cui l’ARO assicura una grande silenziosita’ e l’impossibilita’ di essere rilevato dalla superficie (utile per usi militari), ma anche la possibilita’ di una perfetta integrazione nel “mondo del silenzio” (utile per l’osservazione naturalistica e la fotografia subacquea);
  • un’autonomia molto lunga, dato che tutto l’ossigeno non metabolizzato (e quindi espirato) non esce dal circolo come nel caso dei circuiti aperti ARA. Il volume del bombolino è tipicamente di 2/3 litri, contro un tipico di 15/18 nel caso ARA;
  • una grande maneggevolezza dovuta, oltre che al ridottissimo peso del bombolino, all’assenza del GAV (la cui funzione è svolta dal sacco polmone stesso).


Note


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